Il Concerto di Capodanno dell’Orchestra Filarmonica Campana compie nove anni: un traguardo che ci lusinga, perché rende merito ad un’idea che all’origine ci era sembrata soltanto una scommessa. Adesso è divenuto una bella realtà, attesa e premiata dall’attenzione e dall’affetto del pubblico che ogni anno hanno affollato le sale da concerto che lo hanno ospitato. Quest’anno il concerto si terrà nella Basilica di S. Alfonso di Pagani e sul podio ci sarà il direttore musicale Giulio Marazia che guiderà il complesso orchestrale al completo e il Coro Polifonico Alfonsiano diretto dal Maestro Paolo Saturno. Ospite d’eccezione sarà il celebre compositore e pianista Stelvio Cipriani, autore della fortunata colonna sonora del film Anonimo Veneziano di Enrico Maria Salerno.

Il programma scelto per quest’edizione prevede una prima parte di natura sinfonica, imperniata su autori che, oltre ad onorare in primo luogo la grande tradizione europea, sono rappresentativi dell’eredità di Vienna astroungarica.  Si parte con l’Ouverture del Coriolano, pubblicata nel 1808 come op. 62, fu composta da Beethoven al principio del 1807 per la tragedia omonima di Heinrich Joseph von Collin (1771 – 1811), poeta austriaco abbastanza celebre all’epoca e stimato da Goethe. Il brano non fu tuttavia eseguito in occasione della prima rappresentazione di Coriolano, che ebbe luogo a Vienna il 24 aprile 1807; la prima esecuzione pubblica si tenne infatti solo nel dicembre del 1807. L’Ouverture però era già stata ascoltata nel marzo precedente in casa del principe Lobkowitz in un concerto privato durante il quale furono suonate altre celebri pagine beethoveniane: il Quarto Concerto per pianoforte e orchestra e la Quarta Sinfonia. Il ricorso alla drammatica tonalità beethoveniana di do minore non può non farci pensare alla Quinta Sinfonia, che il maestro di Bonn aveva già iniziato ad abbozzare nel 1804. Di questo capolavoro monumentale l’Ouverture condivide il forte pathos e i nettissimi contrasti. In un clima di grande tensione emotiva ci introducono già i Do fortissimi iniziali suonati per tre volte degli archi e seguiti sempre da un accordo staccato di tutta l’orchestra. Il carattere tragico e ineluttabile del primo tema, esposto da violini e viole, scaturisce dalla ripetizione di un breve inciso ascendente nel quale si alternano coppie di crome staccate e legate, nonché dalle pause drammatiche poste dopo l’accordo orchestrale forte. Il secondo tema, in Mi bemolle maggiore, ha un tono quasi di supplica ed è costituito dalla ripetizione di una frase cantabile suonata prima solo dai violini, poi anche dai clarinetti e quindi da tutto il gruppo dei legni. Il carattere incisivo e spezzato del primo tema domina lo sviluppo. Nella coda conclusiva riascoltiamo il tema implorante, seguito ancora una volta dal primo soggetto, questa volta però riproposto via via meno sonoro e più lento, quasi a rappresentare il tragico suicidio dell’eroe romano raccontato nel dramma di Collin.

Seguono le note del celeberrimo valzer An der schönen blauen Donau (“Sul bel Danubio Blu”) op. 314, scritto da Johann Strauss (1825 – 1899), il membro più celebre di una famiglia di compositori dediti prevalentemente alla musica da ballo e all’operetta. Si ricordano inoltre il padre (anch’egli di nome Johann) e i fratelli minori Josef ed Eduard (con loro non era imparentato invece Richard Strauss); agli Strauss è oggi pressoché interamente dedicato il concerto di capodanno trasmesso in mondovisione dal Musikverein di Vienna. Johann (figlio) fu autore di polke, marce, quadriglie, ma è soprattutto al valzer che si lega la sua fama. Questa celebre danza in tempo ternario ebbe origine verso la fine del Settecento dal Ländler contadino austriaco, che però era di andamento lento; nel corso dell’Ottocento il valzer ottenne la sua massima notorietà nella sua nuova forma viennese, vivace e briosa, immortalata proprio dagli Strauss. An der schönen blauen Donau fu composto nel 1866 su richiesta della prestigiosa Wiener Männergesang-Verein (“Associazione corale maschile di Vienna”) e fu eseguito per la prima volta il 15 febbraio 1867. Il testo della versione corale originaria era del poeta Joseph Weyl, amico di infanzia del compositore e funzionario della polizia, e in realtà non prevedeva alcun riferimento al celebre fiume; al contrario si esortavano gli Austriaci a festeggiare il Carnevale nonostante la grave situazione politica (era recente la sconfitta nella battaglia di Sadowa contro i Prussiani). Il titolo fu tratto probabilmente (non si sa su scelta di chi) dalla poesia An der Donau di Carl Isidor Beck. Strauss realizzò poco dopo anche la versione orchestrale, oggi maggiormente nota, in occasione dell’Esposizione universale di Parigi del 1867, dove il valzer ottenne un enorme successo.

La serie delle 21 Danze ungheresi per pianoforte a quattro mani fu composta da Johannes Brahms tra il 1852 e il 1869 (anno in cui l’editore berlinese Simrock ne pubblicò le prime dieci). Questi brani, con il loro ritmo e la loro energia che richiedevano grandi doti agli interpreti, riscossero presto un ampio successo. A dir la verità, l’autore confuse in questa raccolta la tradizione magiara con quella tzigana (sull’argomento non esistevano infatti all’epoca studi approfonditi e regnava molta confusione). Numerose melodie riprese dal compositore sono infatti tratte direttamente dal patrimonio popolare dei nomadi tzigani. In seguito Brahms curò la versione orchestrale della n. 1, n. 3 e n. 10; ad altri compositori si deve invece la trascrizione delle altre. Tra le più celebri vi è senza dubbio la Danza ungherese n. 5 in Sol minore (Fa diesis nella versione pianistica), in programma oggi. Il brano segue la classica struttura tripartita con la sezione iniziale ripresa alla fine e un episodio centrale di carattere contrastante. La prima parte, più cupa, consta di due temi molto appassionati: il primo è più lirico, mentre il secondo è più energico e prevede un’alternanza di forti e piani e di tempi ora veloci e ora lenti che dà l’idea di improvvisi esitazioni e ripensamenti. La parte centrale, in Sol maggiore, è invece briosa e solare; eppure, a ben vedere, anche qui la musica procede a scatti tra continue e ravvicinate indicazioni di ritardando e in tempo. Segue quindi la ripresa della prima sezione, che termina con un finale assai conciso (tre bruschi accordi), il cui carattere energico ed assertivo ci coglie di sorpresa e riconferma il tono eccentrico e forse un po’ lunatico di questo brano.

Seconda parte del programma dedicata alle composizioni sacre del romano Stelvio Cipriani (1937), di cui ascoltiamo due brani originali. La fede è stata più volte fonte diispirazione per Cipriani. Ne sono esempi A Maria nostra Madre e Preghiera per la pace, che ascoltiamo oggi. Quest’ultima (per orchestra, coro e due voci soliste) è scritta sulle toccanti parole pronunciate da Giovanni Paolo II davanti all’assemblea dell’ONU il 2 febbraio 1991, durante la Prima Guerra del Golfo.

L’ultima parte del programma comprende alcune celebri canzoni dedicate al Natale. Di Cipriani ascoltiamo l’arrangiamento di White Christmas, scritta nel 1942 da Irving Berling. Tra le versioni più celebri della famosissima canzone natalizia si ricorda quella del cantante Bing Crosby. Quanno nascette Ninno è invece un antico canto in dialetto napoletano sulla nascita di Gesù, scritto nel 1754 da sant’Alfonso Maria de Liguori (1696-1787), vescovo e compositore di varie canzoni sia in italiano che in dialetto. Da questa musica, così suggestiva per il suo ritmo in sei ottavi dal carattere pastorale, deriva Tu scendi dalle stelle che ascolteremo nell’arrangiamento orchestrale del Maestro Stelvio Cipriani. Non può mancare Adeste fideles, antico inno in latino del quale non ci è noto l’autore; sappiamo invece che fu l’inglese John Francis Wade (1711 – 1786) colui che per primo lo trascrisse. Stille Nacht è un canto di Natale proveniente dalla piccola cittadina austriaca di Oberndorf bei Salzburg. Le parole appartengono al sacerdote Joseph Mohr, il quale il 24 dicembre del 1818 chiese all’organista Franz Xaver Gruber di musicarle per coro e chitarra in modo da poter eseguire il brano la sera stessa. Chiude il concerto Gloria in excelsis Deo (o Les anges dans nos campagnes), canto natalizio francese di autore ignoto originario del diciottesimo secolo.

Lorenzo Paparazzo