“Jazz sinfonico” è un sintagma riferito a uno stile, anzi, alla fusione di due stili, ciascuno dei quali rappresenta un termine estremo nell’immaginario linguistico dei musicalmente sprovveduti. Costoro, qualora si trovino nella condizione di candida innocenza, partono da un mortifero errore lessicale, e s’infilano in un vicolo cieco dal quale è difficile uscire: usano l’espressione impropria e infelice “musica classica” dalla quale derivano, come un virus,  altri insanabili errori. Quanto più l’ignaro è linguisticamente imbarazzato, tanto più la “musica sinfonica” diviene, nella sua esemplificazione, la musica “classica” per eccellenza. Il jazz, evidentemente, è musica “non classica”, ma neppure Monteverdi o Vivaldi o Bach lo sono, e d’altra parte non lo sono neppure Mahler o Debussy o  Stravinskij. Perciò, contrapporre il jazz a Debussy o a Stravinskij o a Skrjabin o a Monteverdi è un non-senso: è un errore esattamente simmetrico all’errata espressione “musica classica” alla quale deve essere sostituita, come sto proponendo e dimostrando da molti anni, l’espressione “musica forte“ in alternativa a “musica debole“ – che i linguisticamente sprovveduti chiamano “leggera” o “di consumo” o, peggio,  “popolare” (!!!).

New Orleans. Un miscuglio di culture, un intrecciarsi di caratteri esotici e lontani, un’accozzaglia di colori dissonanti. È in queste strade, dove le voci nere si mischiano allo sferragliare dei tram e alle melodie creole, che nasce il jazz. È figlio dell’immigrazione. Ed è un primo, eroico, spesso inconsapevole passo verso la fine della segregazione razziale. La cultura africana è impregnata di musica e gli schiavi la esprimono cantando. È così che nascono le work songs, cantate durante il lavoro, e gli spirituals, antenati dei gospel che nasceranno negli anni Trenta e conosceranno incredibile popolarità e risonanza nella cultura di massa americana. Dopo l’abolizione della schiavitù, questa tradizione musicale continua ad essere tramandata di generazione in generazione e cantata nel tempo libero. E pian piano, nei terreni più fertili come la caotica New Orleans, influenza la musica americana. Al prevalente stile africano se ne accostano altri, come quello della non lontana Cuba. Dall’isola giungono i ritmi dell’habanera, che si infiltrano prima nella tradizione africana e poi, attraverso essa, in quella prettamente americana. Ma dopotutto cos’è la tradizione americana se non un’ulteriore contaminazione? Il territorio della Louisiana era stato posseduto sia dalla Spagna che dalla Francia. Ed ecco, dunque, che al puzzle di influenze africane e cubane si unisce un sostrato già contaminato e misto, che esprime le diverse tradizioni dei popoli europei. Un programma che prevede un’eccelsa versatilità da parte della compagine orchestrale secondo le accezioni artistiche della duttilità o della polivalenza, negli atti performativi di una particolare o “diversa” tipologia di repertorio. Il jazz, nello specifico, o – meglio – la grande tradizione del jazz sinfonico.

Orchestra Filarmonica Campana

Sassofono Marina Notaro
Direttore Giulio Marazia 

Programma

Jacques Ibert
Concerto per sassofono e orchestra da camera
George Antheil
Jazz Symphony
Dimitri Schostakovitch
Jazz Suites n. 1 e n. 2
Duke Ellington
Harlem Suite

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