Lasciando da parte il forzato tentativo wagneriano di fare di Beethoven quasi un precursore del dramma musicale, si deve riconoscere nella Ouverture del «Coriolano» una delle pagine piú esemplari del sinfonismo epico ed eroico di Beethoven, in una temperie espressiva che, come scrive Carli Ballola, «lungi dal condizionarsi agli schemi di un facile descrittivismo psicologico, scaturisce dalla mirabile identificazione delle leggi di un discorso musicale rigorosamente autonomo (quali le strutture della forma-sonata) con le leggi di quei ‘principi opposti che governano il mondo’ del pensiero kantiano». Tale clima di severa drammaticità si palesa già nell’esordio dell’opera, uno di quegli incisi plastici che fanno esclamare a una sola voce: «Ecco Beethoven!». All’irrequietudine incalzante del primo tema si contrappone il nobile lirismo, soavemente supplichevole, del secondo tema in mi bemolle; poi è tutto uno scatenarsi di contrasti e conflitti drammatici di inaudita pregnanza che concludono sull’inciso tragico dell’inizio, trascolorato, prima di spegnersi definitivamente, nel sinistro bagliore del registro grave degli archi.

Gabriel Faure è un musicista raffinato, un poeta dal tono sommesso, che alla luminosità preferisce la penombra, alla dovizia la castigatezza e la purezza dei mezzi espressivi. Il suo linguaggio si è andato man mano raffinando per i nuovi valori di un’armonistica interessata alla modalità ed eserciterà il suo ascendente sul giovane Ravel, discepolo di Fauré. Fra le sue composizioni durevoli occupano un posto particolarmente importante il Requiem, di un’avvincente serenità Spirituale, l’opera teatrale Penelope, con cui s’inizia la fase più intimamente personale del musicista, le raccolte delle Barcarole e dei Notturni per pianoforte, le ultime raccolte per canto e pianoforte, il Quintetto con pianoforte e il luminoso Quartetto d’archi, due opere eminemti codeste del moderno repertorio cameristico francese. La Pavana è una pagina minore del Maestro. Scritta nel 1877, nel periodo di composizione del Requiem, si conquistò in Francia un pronto consenso per la suasiva cantabìlità, tanto che oltre alla versione per orchestra l’autore ne pubblicò una per pianoforte e un’altra per coro e orchestra.

Per l’ultima sua sinfonia Mozart scelse il do maggiore, la tonalità della luce zenitale, solare e incontaminata. Questo luminoso splendore, unito all’olimpica serenità, alla maestà delle dimensioni e al tono solenne e grandioso, hanno guadagnato alla Sinfonia n. 41 K. 550 il titolo di “Jupiter”. L’oggettività non alterata da passioni umane si manifesta anche nell’impiego intensivo del contrappunto, soprattutto nel finale: rifulgono qui le doti contrappuntistiche dell’allievo di Padre Martini e dell’ammiratore e trascrittore di Bach e Haendel, ma è un contrappunto di nuova concezione, libero da ogni residuo di scolasticismo, da ogni compiacimento per l’esibizione di abilità fine a se stessa, da ogni barocca volontà di maraviglia.

Orchestra Filarmonica Campana

Direttore Giulio Marazia

Programma

Ludwig van Beethoven
Ouverture “Coriolano”
Gabriel Faurè
Pavane op. 50
Wolfgang Amadeus Mozart
Sinfonia n. 41 in do maggiore KV 551 “Jupiter”

Condividi