Il Novecento deve certamente a Igor Stravinskij una fetta importante di Neoclassicismo. Nel 1920 fu proprio Pulcinella, con le sue rielaborazioni da Pergolesi, a rifocillare un desiderio di evasione dal presente, che avrebbe lasciato segni profondi su molti altri compositori. Il balletto cantato di Stravinskij aveva inaugurato l’epoca della ‘musica al quadrato’, ovvero musica sulla musica, composizioni basate su materiale preesistente. Invenzione melodica, sintassi, struttura ritmica dovevano rimanere inalterati; la libertà creativa si spostava dalla parte dell’orchestrazione, l’unico vero strumento a cui l’autore poteva ricorrere per svelare le incrinature del Novecento. Meditationes è proprio un concerto che vuole mettere in evidenza un percorso tra musica colta e musica popolare prendendo in esame tre compositori che si sono dedicati molto alla trascrizione, revisione e rielaborazione personale di danze di matrice popolare, Grieg, Respighi e Bartòk. Grieg contribuì notevolmente alla conoscenza e alla diffusione in Europa della musica popolare norvegese, di cui riuscì ad esprimere i sentimenti più intimi e crepuscolari con freschezza di immagini e naturalezza di linguaggio armonico, quasi preannunciando a volte certe soluzioni e tendenze musicali moderne, specialmente impressionistiche. L’Italia conobbe dei puri istinti nazionalistici quando ai primi del novecento si fece avanti una nuova generazione di compositori che mischiavano le innovazioni di Stravinsky e Debussy con la genuinità della tradizione italiana che, per essi, significava la canzone o danza popolare (elementi che l’Italia presentava da tempo in forme differenziate e regionali) ed anche tutto quel patrimonio musicale stilisticamente di tipo “universale” ma riferibile nella storia al nostro territorio (penso al gregoriano, alla sequela di forme rinascimentali e al barocco veneziano). Fautore di un rinnovamento che cercava di reagire all’incontrastata forza dell’opera lirica italiana, il compositore Ottorino Respighi aveva una predilezione che andava da sempre a una stagione precedente, ai modi arcaici del mondo classico (Quartetto dorico, Concerto misolidio), al fascino arcano delle monodie gregoriane (Concerto gregoriano, Tre preludi per pianoforte). Era come se Respighi volesse ripescare idee musicali troppo remote per essere schematicamente connotate in una precisa dimensione stilistica. E fu proprio quella spinta poetica a generare, tra il 1917 e il 1931, le tre suites intitolate Antiche danze e arie per liuto. Il sottotitolo «trascrizione libera per orchestra» suona quasi come una dichiarazione antifilologica. Ma la cosa non stupisce affatto: Respighi non mirava certo a ricostruire il passato con la precisione di un ricercatore; fare musica al quadrato non voleva dire pensare a quell’equazione antico-autentico che proprio nel Novecento sarebbe diventata un diktat per molti musicisti. Stravinskij, proprio copiando il passato, era riuscito a esprimere il gelido distacco provato dal musicista moderno nei confronti di un’epoca estinta. Respighi non voleva spingersi così lontano; ma la sua intenzione era senza dubbio quella di simulare la sonorità di uno strumento antico, il liuto appunto, avvalendosi delle risorse espressive di un’orchestra sinfonica. Bela Bartok, tra i maggiori della internazionale «generazione dell’Ottanta» o giù di lì, è stato ormai messo alla pari o quasi con Schönberg e Stravinskij, quindi anche con Hindemith, Bela Bartok è ungherese fin nelle midolla; nutrito di tutti quei complessi apporti etnologici di paesi viciniori, via via sbalestrati e trasferiti in diversi raggruppamenti nazionalistici e politici, specie negli anni fra le due guerre mondiali. Bartok è meritevole di studi etnologico-musicali di primissima importanza, condotti e riferiti con metodo perfettamente scientifico. Egli viaggiò e registrò documenti, attingendo direttamente sui luoghi, indagando e confrontando le fonti, catalogandole, depositando quindi tali, documenti e scrivendone. Le danze popolari rumene formano un tutto compatto, nell’ambiente armonico modale ovviamente omogeneo, nella sequenza e nei contrasti dinamici e ritmici, oltre che in quelli espressivi, dall’accorata e nostalgica malinconia all’allegria sfrenata. Lo stesso compositore scrisse in uno schizzo autobiografico: «Lo studio di questa musica contadina era per me di decisiva importanza, perché esso mi ha reso possibile la liberazione dalla tirannia dei sistemi maggiore e minore fino allora in vigore. Infatti la più gran parte e la più pregevole del materiale raccolto si basava sugli antichi modi ecclesiastici o greci o anche su scale più primitive… Mi resi conto allora che i modi antichi ed ormai fuori uso nella nostra musica d’autore non hanno perduto nulla della loro vitalità. Il loro reimpiego ha permesso combinazioni armoniche di nuovo tipo. L’impiego siffatto della scala diatonica ha condotto alla liberazione dal rigido esclusivismo delle scale maggiore e minore ed ebbe per ultima conseguenza la possibilità di impiegare ormai liberamente e indipendentemente tutti e dodici i suoni della scala cromatica». Ognuna delle sette danze, oltre al luogo di provenienza, reca un titolo che ne definisce il carattere e la destinazione d’uso. Abbiamo così, nell’ordine, Danza col bastone, Girotondo, Sul posto, Danza del corno, Polca rumena, Passettino di Belényes e Passettino di Nyàgra. Il riferimento a movimenti e passi di danza tipici delle diverse tradizioni contadine arricchisce la musica di connotazioni gestuali, accrescendo così l’evidenza plastica delle figure ritmiche e melodiche nel contesto tutto moderno del tessuto armonico e della veste timbrica.

Orchestra Filarmonica Campana

Direttore Pietro Semenzato 

Programma

Edvard Grieg
Fra Holbergs tid (Dai tempi di Holberg) | Suite in stile antico per archi, op. 40
Ottorino Respighi
Antiche danze e arie per liuto, terza suite | trascrizione libera per orchestra d’archi
Bela Bartòk
Romàn népi tàncok | Danze popolari rumene per piccola orchestra, BB 76

Condividi