Serata interamente dedicata a Mozart con una monografia sinfonica del compositore austriaco. Sul podio dell’Orchestra Filarmonica Campana il maestro Ivan Antonio con la partecipazione solistica del violino di Alessia Avagliano. Si comincia con la sinfonia n. 1 che Mozart compose tra la fine del 1764 e l’inizio del 1765 a Londra, dove il piccolo Wolfgang – ha solo nove anni – stringe amicizia con il figlio di Bach, Johann Christian, stimato come direttore d’opera e sinfonista. Soprannominato “il milanese” per il lungo soggiorno nella città lombarda, Johann Christian prese a modello il tipo di sinfonia all’italiana e specie quella di Sammartini, che era concepita come una forma strumentale in tre brevi movimenti: un adagio racchiuso fra due movimenti, il primo dei quali di respiro abbastanza ampio e l’ultimo modellato su una danza. Questo genere di composizione era una filiazione diretta dell’introduzione strumentale operistica, molto diffusa in Italia sin dal principio del Settecento, e continuò a chiamarsi sinfonia anche durante l’Ottocento, mentre altrove assunse il nome anche di ouverture. Non va dimenticato inoltre che la derivazione operistica aveva conferito alla sinfonia alcuni caratteri tipici: scorrevolezza ritmica e invenzione melodica di scintillante vivacità. Quest’ultimo era forse l’aspetto più rilevante della sinfonia, in quanto per la prima volta veniva trasferita nel campo strumentale la freschezza melodica dell’opera buffa napoletana, ritenuta una esperienza di portata storica nel campo della musica. C’è poi una seconda osservazione da fare, relativa alla destinazione di queste prime sinfonie: esse venivano eseguite in apertura e chiusura di concerti i cui pezzi forti erano costituiti dalla esibizione di solisti, cantanti o strumentisti, conservando così la fisionomia originaria di musica d’introduzione. L’autografo della Sinfonia in mi bemolle maggiore K. 16 reca sul frontespizio la seguente scritta: “Sinfonia del signor Wolfgang Mozart a Londra”, il che fa immaginare che sia stata composta prima della fine del gennaio del 1765. Essa ha una struttura molto semplice e sin dall’Allegro iniziale, formato da due temi, tutto si svolge con estrema chiarezza nel rapporto tra invenzione e modulazione delle melodie, secondo il gusto strumentale italiano. L’Andante in do minore contiene un solo soggetto, variato dal maggiore al minore, nell’ambito dello stile patetico, ispirato probabilmente ai modelli di Schubert. Va sottolineato, inoltre, il piacevole effetto provocato dalla precisa diversificazione ritmica tra i primi violini e i violoncelli. Il Rondò finale ha un piglio fresco e brillante e non si discosta sostanzialmente dal tipo di scrittura, nel gioco fra piano e forte, usato da Christian Bach, un autore al quale Mozart bambino guardò con particolare ammirazione e devozione. A seguire il concerto per violino n. 5 in la maggiore K 219 che fu terminato da Mozart nel dicembre 1775. Costituisce il quinto, e forse il maggiore, dei cinque concerti per lo stesso strumento (K 207, K 211, K 216, K 218) attribuibili con certezza al compositore. È certamente il più eseguito dei concerti per violino del compositore ed in esso lo strumento solista è trattato con maestria (non si dimentichi che Mozart era un valente violinista). La bellezza melodica, la forte contrapposizione dei singoli movimenti, l’uso sicuro delle possibilità espressive dello strumento tutte presenti non sono portate ai massimi livelli. Si deve in ogni caso tener conto che quest’opera esce dalla mente di un Mozart diciannovenne e che questi non si cimenterà più in questo tipo di composizioni. L’allegro aperto inizia con orchestra e violino che suonano insieme. Il tema iniziale viene esposto due volte in modo stilizzato a cui segue una melodia più estesa. Fa capolino un adagio di poche battute dove fa il suo ingresso lo strumento solista. Riprende poi l’allegro iniziale che porta alla conclusione dopo una libera cadenza del violino. L’adagio apparve troppo ricercato ad Antonio Brunetti, primo violino dell’orchestra di Salisburgo. Mozart andando incontro ai desideri di Brunetti lo modificò con la stesura di un altro adagio (K 261) di effetto più sicuro ed immediato e dove, come nella stesura del concerto K 216, sostituirà gli oboi con i flauti e prescriverà agli archi l’uso della sordina. L’ultimo movimento del K219 è un Rondò-sonata. La struttura di questa forma è “ciclica” e classicamente codificata ABACABA, in cui A è un primo tema, B il secondo e C il terzo. Il secondo e il terzo tema sono intercalati dal primo che chiude la composizione e ne costituisce l’elemento ritornante. La necessità di permettere all’ascoltatore di memorizzare immediatamente i diversi temi porta, in tutte le strutture formali della musica del periodo e fino al primo romanticismo, alla ripetizione del tema appena esposto, necessità che non si ripresenta quando il tema ritorna nel prosieguo del brano. Trattandosi di un concerto, la struttura interna delle varie parti del Rondò-sonata si complica ulteriormente, c’è infatti la necessità di dare eguale spazio ai due “contendenti”, o meglio “protagonisti” della “rappresentazione”: l’orchestra e lo strumento solista (in questo caso il violino). Così l'”esposizione” dei singoli temi viene abitualmente ripetuta una volta per l’orchestra ed una per il solista, con la necessità di una nuova sezione di raccordo tra le due parti e l’abitudine di usare i “da capo” come spazi di variazione tematica, timbrica o modale… inoltre i diversi temi possono essere trattati in giustapposizione o, più frequentemente, in contrapposizione quando, ad esempio, ad un primo tema allegro se ne contrappone un secondo o un terzo, malinconici o molto tesi e via dicendo. In tutto questo, l’identità melodica del tema diventa l’ancora che consente allo spettatore di percepire lo svolgimento del discorso musicale. Il concerto si chiuderà con la sinfonia n. 29 in la maggiore K 209 che è caratterizzata da temi raffinati ed espressivi, rappresenta un felice momento creativo dell’appena diciottenne salisburghese. Qui abbandona la struttura tripartita dello stile italiano che da piccolo, con Christian Bach, costituiva il suo punto di riferimento, per avvicinarsi ai modelli di Haydn. La sinfonia n. 29, terminata il 6 aprile 1774, basata su un piccolo organico orchestrale, archi con due oboi e due corni, presenta, tuttavia, architettura molto elaborata; sul modello viennese si articola in quattro movimenti. Nel primo movimento Mozart gioca su due temi per ottenere un’atmosfera elegante e di moderata drammaticità. Con una soluzione inedita concilia stile “dotto” (contrappuntistico) e stile “galante”; il primo tema viene elaborato con giochi di imitazione senza ricorrere ad un vero contrappunto, il secondo si sviluppa come un’idea pacata e tenera. Il secondo movimento risulta essere un Andante Leggiadro, nello stile della produzione galante, con gli archi in sordina che nel gioco delle imitazioni creano sonorità particolari. Movimento abbastanza ampio nonostante il materiale tematico piuttosto succinto. Il minuetto inizia con un piano inconsueto che trova un pò di vigore nel suo sviluppo; si caratterizza per i netti contrasti dinamici e per il finale lasciato in sospeso. Nel finale Allegro con spirito la scrittura è complessa e abbastanza brillante; scale veloci, temi brevi, e una successione di accordi quasi seri, chiudono con spirito la sinfonia.

Programma

W. A. Mozart, Sinfonia n. 1 in mi bemolle magg. K 16
W. A. Mozart, Concerto per violino e orchestra in la magg. n. 5 “Turkish” K 219
W. A. Mozart, Sinfonia n. 29 in la magg. K 201

Interpreti

Orchestra Filarmonica Campana
Violino, Alessia Avagliano
Direttore, Ivan Antonio

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