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Orchestra Filarmonica Campana

ABITARE LE STAGIONI

La celebrità delle Quattro stagioni produce un curioso paradosso: riconosciamo questa musica prima ancora di metterci davvero ad ascoltarla. L’attacco della Primavera, la tempesta dell’Estate, il palpito gelido dell’Inverno appartengono ormai alla nostra memoria collettiva. Proprio questa familiarità può suggerire un diverso punto di partenza: prestare attenzione a chi abita quei paesaggi, a ciò che prova e a come si muove. Nei quattro concerti vivaldiani la natura è un’esperienza che coinvolge fisicamente gli esseri viventi. Il caldo sfinisce, il freddo irrigidisce, il temporale spaventa; il raccolto offre l’occasione di festeggiare, il fuoco consente una tregua. Possiamo dunque ascoltare il ciclo come una drammaturgia del corpo esposto al mondo: un corpo che danza, riposa, trema, perde l’equilibrio, cerca protezione. I sonetti che accompagnano i concerti e le indicazioni disseminate nelle parti strumentali danno a questa prospettiva un fondamento concreto. Definiscono azioni e situazioni precise, mettendo in relazione la scrittura musicale con una molteplicità di comportamenti. Il dettaglio descrittivo diventa così parte dell’organizzazione del discorso: orienta il ritmo, l’articolazione, il timbro e i contrasti fra gli strumenti.

 

Nel Largo della Primavera, per esempio, convivono tre presenze: il capraro addormentato, il fruscio delle fronde e il cane che abbaia. Il canto del violino solista, il movimento degli altri violini e la figura ripetuta della viola costruiscono una scena su piani simultanei. La quiete nasce dalla loro coesistenza: mentre l’uomo dorme, il mondo continua a vivere intorno a lui. Ascoltare le parti interne significa accorgersi che persino una delle pagine più distese del ciclo contiene attività, attriti, differenze. Nell’Estate questa relazione si fa inquieta. Il principio del concerto è segnato dal languore: il calore pesa sull’uomo, sul gregge, sulla vegetazione. La frammentazione del gesto musicale può essere percepita come una difficoltà a sostenere il movimento, quasi che anche il tempo risentisse dell’afa. Quando si annuncia la minaccia del temporale, alla sensazione fisica si aggiunge l’anticipazione emotiva. Il pastore teme ciò che deve ancora accadere; nel movimento lento, il riposo è ostacolato dagli insetti e dalla paura di lampi e tuoni. La tempesta conclusiva è preparata da questa lunga condizione di vulnerabilità. L’Autunno introduce il corpo sociale della festa. Il raccolto riunisce i contadini, il vino modifica i gesti, la danza cede al sonno. La successione degli episodi permette di ascoltare un progressivo mutamento delle energie: dall’espansione collettiva all’abbandono. Nel finale, la caccia cambia nuovamente la prospettiva. Il movimento coinvolge inseguitori e preda, ma con significati opposti: eccitazione per gli uni, paura e sfinimento per l’altra. La campagna vivaldiana comprende anche questa asimmetria, questa violenza interna alla vita del paesaggio. Nell’Inverno il rapporto fra musica e gesto diventa particolarmente evidente: tremare, battere i piedi, camminare con cautela sul ghiaccio, scivolare. Il ritmo assume una dimensione quasi tattile, suggerendo resistenze e instabilità. Fra queste esperienze si apre il Largo, con il piacere del riparo accanto al fuoco mentre fuori cade la pioggia. La serenità acquista intensità proprio attraverso la percezione di ciò che rimane all’esterno. È un benessere situato, provvisorio, reso possibile da una soglia che separa due condizioni.

 

Questa varietà di situazioni vive entro una costruzione musicale rigorosa. L’alternanza fra ritornelli orchestrali ed episodi solistici offre continuità e riconoscibilità al succedersi degli eventi. Nel primo movimento della Primavera, il ritorno del tema dell’orchestra riunisce in una medesima cornice il canto degli uccelli, lo scorrere dell’acqua e il temporale. Da questa relazione fra ritorno e trasformazione nasce una parte essenziale del piacere dell’ascolto: ritrovare qualcosa di noto dopo aver attraversato un’esperienza diversa. Anche il violino cambia continuamente funzione. Può evocare una voce animale, dare forma a un lamento, suggerire un movimento incerto o animare una danza. Per l’interprete, il virtuosismo implica dunque una capacità di caratterizzazione: attribuire peso, respiro e intenzione a ciascuna figura, rendendo udibili le relazioni con l’orchestra. È attraverso questa attenzione ai gesti che il concerto dell’Orchestra Sinfonica Brutia, con Manuel Arlia violino solista e concertatore, può offrire al pubblico della stagione OFC una nuova occasione d’incontro con il capolavoro vivaldiano. Dentro melodie che crediamo di conoscere continuano a muoversi esseri viventi, esposti alla forza degli elementi e capaci di trovare momenti di piacere. Ascoltarli significa restituire alle Quattro stagioni la concretezza di un’esperienza: il tempo della natura che attraversa il corpo e diventa emozione.

Sebastiano Rizzuti