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Orchestra Filarmonica Campana

DALLA MEMORIA ALLA LUCE

Ci sono programmi costruiti per successione e altri nei quali le opere finiscono per interrogarsi reciprocamente, generando un percorso che supera la semplice somma dei brani. Sogno Celeste appartiene a questa seconda categoria. Il mattutino di Santa Chiara di Ottorino Respighi, il Cantique de Jean Racine e la Pavane di Gabriel Fauré, la nuova cantata Lumina di Salvatore Passantino e La Damoiselle élue di Claude Debussy disegnano un itinerario nel quale contemplazione, preghiera, memoria e visione assumono forme continuamente diverse. Non è semplicemente un programma di musica sacra. Le cinque opere appartengono infatti a universi differenti: una visione francescana nutrita di canto gregoriano, una preghiera cristiana, una danza stilizzata trasformata dalla presenza del coro, una nuova creazione che riporta nel presente testi e materiali della liturgia medievale francescana, un poema simbolista sospeso fra terra e cielo. Ad attraversare il percorso sono alcuni nuclei ricorrenti: la luce, il canto, la memoria, l’attesa e il rapporto fra l’uomo e ciò che lo trascende.


Respighi: Santa Chiara e la memoria del canto antico

Il concerto si apre con Il mattutino di Santa Chiara di Ottorino Respighi, terzo movimento del poema sinfonico Vetrate di chiesa. L’opera orchestrale fu completata nel 1926, ma i primi tre movimenti derivano dai precedenti Tre preludi sopra melodie gregoriane per pianoforte. L’incontro di Respighi con il canto gregoriano fu determinante: quel repertorio antico non venne trattato come materiale da ricostruire filologicamente, ma come memoria sonora, traccia di un passato capace di riaffiorare all’interno del linguaggio armonico e timbrico del Novecento. I titoli programmatici delle prime tre Vetrate furono individuati successivamente, quando la sostanza musicale esisteva già. Nel terzo movimento Respighi e Claudio Guastalla riconobbero un carattere adatto a evocare un episodio narrato nei Fioretti di San Francesco. Santa Chiara, malata e impossibilitata a partecipare al Mattutino, viene miracolosamente condotta dagli angeli nella chiesa di San Francesco per assistere all’ufficio liturgico. La musica non descrive il miracolo in maniera narrativa. Ne restituisce piuttosto la qualità visionaria: il melodizzare modale, il metro irregolare, le sonorità sospese e il progressivo rarefarsi della materia orchestrale collocano l’ascoltatore in uno spazio che sembra sottratto alla normale percezione del tempo. La scelta di iniziare Sogno Celeste con questa pagina è significativa. Il concerto nasce direttamente dentro una visione, e contemporaneamente introduce il primo dei grandi fili che attraverseranno l’intero programma: quello francescano. Santa Chiara non rappresenta infatti un riferimento isolato. La sua presenza apre un percorso che troverà più avanti il proprio compimento in Lumina, dedicata a San Francesco. Fra Respighi e Passantino si stabilisce così una relazione che è insieme spirituale, storica e musicale: Chiara e Francesco, i Fioretti e l’Officium Sancti Francisci, il canto medievale ricordato dal primo Novecento e quello trasformato dalla creazione contemporanea.


Fauré: dalla visione alla preghiera

Dopo la visione di Santa Chiara, il Cantique de Jean Racine op. 11 di Gabriel Fauré trasforma la contemplazione in parola. Fauré compose il Cantique nel 1865, alla conclusione dei suoi studi all’École Niedermeyer. Il testo di Jean Racine è una parafrasi francese dell’inno latino Consors paterni luminis, appartenente alla tradizione dell’ufficio mattutino. Il collegamento con Respighi diventa così particolarmente sottile. Nel Mattutino di Santa Chiara il rito è evocato attraverso la memoria del gregoriano e attraverso il miracolo narrato dai Fioretti. Nel Cantique quella stessa dimensione spirituale prende direttamente voce. La scrittura di Fauré evita ogni monumentalità. Le linee corali procedono con naturalezza sopra un accompagnamento fluido; l’armonia genera una luminosità che sembra nascere dall’interno della musica stessa. Il Cantique non proclama: si innalza. Dopo il mistero vissuto da Santa Chiara, è ora la comunità umana a rivolgere la propria voce verso l’alto.


La Pavane: il ritorno alla dimensione umana

La Pavane op. 50 introduce a questo punto un cambiamento importante di prospettiva. Composta nel 1887, la pagina guarda alla pavana rinascimentale, danza dal passo lento e misurato, ma la filtra attraverso la sensibilità fin-de-siècle di Fauré: eleganza, malinconia, leggerezza e una costante ambiguità fra distacco e nostalgia. Nella versione con coro, su testo francese di Robert de Montesquiou, la musica acquista anche una dimensione teatrale. La voce non appartiene più alla preghiera: torna nel mondo umano, nel gioco delle relazioni, dei gesti e delle convenzioni. La sua posizione dopo il Cantique evita che Sogno Celeste proceda secondo un’unica linea ascensionale e uniformemente religiosa. Dopo la preghiera si torna per un momento alla terra. È una deviazione solo apparente. Proprio questo ritorno alla dimensione umana rende più forte ciò che avverrà successivamente: quando LUMINA riaprirà lo spazio del sacro, lo farà non come prosecuzione automatica di Fauré, ma come una nuova e consapevole entrata nella preghiera.

 

Lumina: da Santa Chiara a San Francesco

Il centro spirituale del programma è Lumina di Salvatore Passantino, cantata sacra per soli, coro femminile e grande orchestra, Commissione 2026 Orchestra Filarmonica Campana.

L’opera nasce in occasione dell’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi, 1226–2026. Il testo e i materiali tematici sono tratti dall’Officium Sancti Francisci di Giuliano da Spira, composto pochi anni dopo la morte del santo e destinato alla sua celebrazione liturgica. Il riferimento a Francesco raccoglie quindi esplicitamente il filo aperto all’inizio del concerto dal Mattutino di Santa Chiara. Se Respighi introduce il mondo francescano attraverso Chiara e attraverso la memoria novecentesca del gregoriano, Passantino torna direttamente a una delle più antiche fonti liturgiche dedicate a Francesco. Il rapporto fra i due lavori è profondo, ma non imitativo. In Respighi il canto gregoriano è memoria: un materiale antico contemplato attraverso l’orchestrazione e l’armonia del primo Novecento. In Passantino quella tradizione diventa invece materia generativa. Testi, inflessioni modali e materiali dell’Officium entrano nel linguaggio di una nuova composizione, non per ricostruire il Medioevo, ma per interrogarne ancora oggi la forza spirituale.Il percorso può essere letto così: Santa Chiara → San Francesco → Fioretti → Officium gregoriano come memoria → gregoriano come materia contemporanea primo Novecento → XXI secolo. Ma la genesi di LUMINA introduce anche una seconda dimensione, profondamente contemporanea. Passantino ha dedicato l’opera alla memoria di Salvatore Giglia, giovane di Ciminna scomparso in seguito alle gravissime ustioni riportate durante gli incendi che nell’estate del 2026 hanno colpito il territorio siciliano. La spiritualità francescana, e in particolare il rapporto fra Francesco e il creato, incontra così una ferita del presente. È lo stesso titolo a custodire questa duplicità. Lumina è innanzitutto la luce mistica e contemplativa della tradizione medievale: luce della fede, della preghiera e dell’elevazione. Ma è contemporaneamente il chiarore terribile del fuoco, una luce capace di devastare la natura e distruggere la vita. L’immagine luminosa assume quindi una doppia valenza: salvezza e dolore, contemplazione e devastazione, memoria religiosa e testimonianza civile. Nelle intenzioni dello stesso Passantino, l’opera vuole essere «una preghiera, un abbraccio di luce e di memoria», capace di trasformare il dolore in ricordo. È qui che Sogno Celeste rivela forse il proprio significato più contemporaneo: il passato non viene evocato per nostalgia. Viene interrogato perché possa ancora parlare al presente. E San Francesco, dopo Santa Chiara, non compare come un secondo riferimento agiografico indipendente, ma come il ritorno e il compimento di un filo spirituale preparato fin dall’apertura del concerto.


Debussy: il cielo guarda verso la terra

Dopo la preghiera contemporanea di LUMINA, La Damoiselle élue di Claude Debussy cambia nuovamente il punto di osservazione. Composta fra il 1887 e il 1888 e successivamente riorchestrata, l’opera nasce dal poema The Blessed Damozel di Dante Gabriel Rossetti, conosciuto da Debussy attraverso la traduzione francese di Gabriel Sarrazin. La protagonista è una giovane donna che si trova in Paradiso, ma non riesce a partecipare pienamente alla beatitudine celeste: l’uomo che ama è ancora sulla terra. Il movimento spirituale del programma viene così quasi capovolto. Nel Mattutino Santa Chiara viene miracolosamente condotta verso l’esperienza del sacro. Nel Cantique l’uomo rivolge la propria preghiera verso l’alto. In Lumina la preghiera e la memoria cercano di trasformare il dolore terreno attraverso la luce. Nella Damoiselle, invece, siamo ormai dall’altra parte della soglia: è il cielo a guardare verso la terra. Debussy costruisce questa condizione attraverso armonie sospese, colori orchestrali continuamente mobili e una concezione del tempo musicale che sembra sottrarre la vicenda alla normale successione degli eventi. Il Paradiso non viene rappresentato come certezza monumentale. È un luogo di attesa e di desiderio.

Persino nella dimensione celeste sopravvive qualcosa di profondamente umano. Per questo La Damoiselle élue assume la funzione di epilogo. Dopo il gregoriano, la preghiera, Francesco, il fuoco e la memoria, il concerto non termina con un’affermazione definitiva. Termina con una visione.


Dalla visione alla visione

L’arco di Sogno Celeste possiede così una forma quasi circolare. All’inizio, con Respighi, una donna della terra — Santa Chiara — viene miracolosamente condotta verso il sacro. Alla fine, con Debussy, una donna già collocata nel cielo continua a rivolgere il proprio desiderio verso la terra. Fra queste due visioni si sviluppa l’intero percorso. Il Cantique de Jean Racine trasforma il mistero in preghiera. La Pavane riconduce temporaneamente l’ascolto alla dimensione umana. Lumina riapre lo spazio del sacro attraverso San Francesco, facendo dialogare il Medioevo con il presente e trasformando la luce in simbolo insieme mistico e dolorosamente contemporaneo. Il rapporto fra Santa Chiara e San Francesco diventa così uno degli assi più profondi del programma: non soltanto due figure della stessa esperienza spirituale, ma due porte attraverso le quali la musica entra in relazione con il canto medievale e con la memoria. Fra Respighi, Fauré, Passantino e Debussy epoche e linguaggi lontani finiscono per incontrarsi intorno ad alcuni nuclei comuni: la luce, il canto, l’attesa, il creato, la memoria e la tensione fra l’umano e il trascendente. Il “sogno” evocato dal titolo non coincide dunque con una fuga dalla realtà. La attraversa e prova a trasformarla: dal miracolo di Santa Chiara alla preghiera, dalla terra nuovamente evocata dalla Pavane alla figura di San Francesco, dal gregoriano medievale alla sua reinvenzione contemporanea, dalla ferita del fuoco alla luce della memoria. Fino all’ultima immagine debussiana, quando la prospettiva si rovescia e una creatura celeste continua, ancora, a desiderare la terra.

Lorenzo Valdieri