IL DRAMMA OLTRE IL TEATRO
Ciò che mette in relazione le pagine di Beethoven e Haydn proposte in Echi viennesi non è semplicemente la comune appartenenza alla tradizione musicale viennese. Il filo che attraversa il programma è più profondo: la progressiva trasformazione del dramma in linguaggio musicale. Il concerto si apre con il Coriolano di Beethoven, una delle opere nelle quali il compositore porta più radicalmente il conflitto all’interno della musica strumentale. L’eroe non ha più bisogno di parlare: il conflitto è già inscritto nel contrasto dei temi, nella tensione armonica, nelle fratture dinamiche, nel rapporto fra impulso e resistenza. L’ouverture nasce per il teatro, ma finisce per emanciparsene. Ciò che rimane non è la narrazione di una vicenda, bensì la sua energia drammatica trasformata in forma sonora. È proprio questo passaggio a rendere significativo l’incontro con Berenice, che fai? di Haydn. Qui il dramma torna ad avere una voce, una parola, un personaggio. Ma la scrittura di Haydn non si limita ad accompagnare il testo: orchestra e voce partecipano insieme alla costruzione dell’affetto, seguendo le oscillazioni psicologiche di Berenice con una straordinaria mobilità espressiva. Il recitativo, l’arioso e l’aria non sono soltanto forme vocali, ma differenti stati di una stessa esperienza interiore. La presenza di Corinna Scheurle al centro del programma rende questa pagina il momento nel quale il teatro torna concretamente sulla scena del concerto. E tuttavia, dopo l’intensità individuale di Berenice, Haydn compie un ulteriore passo: con la Sinfonia n. 104 il dramma sembra non avere più bisogno né di un personaggio né di una parola. È la forma stessa a farsi teatro.
Nella 104 ogni elemento musicale possiede un carattere, reagisce agli altri, entra in conflitto, si trasforma e trova infine una propria risoluzione. L’energia del primo movimento, la sospensione del movimento lento, la dimensione danzante del Minuetto e l’inesauribile vitalità dello Spiritoso finale costruiscono un percorso nel quale la musica sembra sviluppare una propria capacità narrativa senza ricorrere ad alcun programma esterno. È questo, forse, il senso più autentico di Echi viennesi: osservare come, nell’arco di pochi decenni, il concetto di espressione musicale cambi radicalmente. In Haydn il teatro entra nella musica e progressivamente viene assorbito dalla forma; in Beethoven il conflitto diventa principio strutturale e la forma stessa acquista una dimensione drammatica. Il concerto mette così in evidenza una delle grandi trasformazioni della storia della musica occidentale: il passaggio dal dramma rappresentato al dramma interiorizzato dalla musica.
In questa prospettiva, anche la scelta degli interpreti assume un significato preciso. La direzione di Thomas Guggeis, musicista profondamente legato al repertorio operistico e sinfonico, permette di affrontare il programma mettendo in comunicazione le sue diverse matrici teatrali e strumentali. La presenza di Corinna Scheurle restituisce invece alla musica di Haydn quella dimensione vocale e psicologica nella quale la parola non è elemento accessorio, ma origine stessa del gesto musicale. L’Orchestra Filarmonica Campana si trova così al centro di un percorso che richiede non soltanto precisione stilistica, ma una particolare capacità di passare da un linguaggio all’altro: dalla tensione tragica di Beethoven alla parola cantata di Haydn, fino alla straordinaria autonomia della grande forma sinfonica. Echi viennesi diventa quindi un concerto sulla metamorfosi del gesto musicale. Un gesto che dapprima racconta, poi parla e infine non ha più bisogno di raccontare né di parlare: si fa forma, movimento, tensione, memoria. È in questo spazio, sospeso fra teatro e musica pura, che Haydn e Beethoven continuano a dialogare. E che il loro “eco” viennese, ancora oggi, conserva intatta la propria forza.
Rodolfo Tinolfi