Orchestra Filarmonica Campana

MUSICA INAFFERABILE

Le più ricorrenti e ingiustificate critiche e ironie rivolte alla musica di Philip Glass riguardano la sua apparente ripetitività: un corpus di opere presunte sempre uguali a se stesse, sia tra di loro che nella struttura interna che le governa. Lo sottolinea con pacatezza – ma non senza una punta di irritazione – il compositore stesso nella sua recente autobiografia, “Words Without Music”, paragonando tale disattenzione al dormire durante un film e svegliarsi per l’intervallo. Ma si tratta, soprattutto oggi, di una rimostranza del tutto ingenerosa nei confronti di uno stile che, volenti o nolenti, ha influenzato forse più d’ogni altro le odierne forme di composizione “pop”, dalla musica per il cinema all’ondata modern classical degli ultimi anni. E questo soltanto per ciò che riguarda l’eredità nel lungo periodo: una distanza di quasi mezzo secolo ci separa ormai dai primi lavori per organo amplificato e dalle rivoluzionarie performance del Philip Glass Ensemble; quarant’anni fa l’estro creativo di Glass e del regista-coreografo Robert Wilson partorivano Einstein On The Beach, semplicemente una delle opere teatrali più innovative di sempre; pochi anni più tardi Godfrey Reggio avrebbe sancito l’ulteriore consacrazione del compositore americano con l’uscita in sala del totalizzante Koyaanisqatsi. Quella di Philip Glass non nasceva come musica trasversale, ma è riuscita a diventarlo introducendo – assieme ai vari Terry Riley, Steve Reich, e La Monte Young, – un nuovo gusto per i procedimenti compositivi anziché per la composizione ultima. L’ascoltatore viene in questo modo riportato a un livello precedente della creazione musicale, a una sorta di “aritmetica” soggiacente all’espressione dell’opera, che in questo modo mette a nudo le sue nervature ritmiche, melodiche e armoniche, come il dettaglio di un elaborato tessuto che venga analizzato al microscopio. Una serie di umiliazioni ha segnato i primi anni di attività musicale di Glass, che ben presto si accorse di “vivere in un mondo dove tutti i compositori erano morti, anche quelli viventi”, e dunque si risolse a continuare per la sua strada. Nel 1966 i suoi compagni allievi di Nadia Boulanger alla Juilliard sentenziavano: “Mais ce n’est pas la musique!”; dieci anni dopo la Metropolitan Opera House registrava il tutto esaurito per le prime due rappresentazioni dell’Einstein. Oggi, al compimento dei suoi 80 anni e dell’undicesima Sinfonia, non ricordiamo un altro compositore del nostro tempo che con il suo stile sia stato in grado di cambiare in maniera così significativa tanto gli stilemi musicali – d’area “colta” e non – quanto le arti limitrofe.

Claudio Fabretti e Michele Palozzo